La scultura dell'Orco nel Sacro Bosco di Bomarzo, un volto gigante in pietra con la bocca spalancata e una scalinata d'accesso tra gli alberi
L'Orco del Sacro Bosco di Bomarzo — foto: Alessio Damato · CC BY-SA 3.0 · Wikimedia Commons

Ci sono giardini costruiti per stupire con la simmetria, le fontane e le prospettive, e poi c'è il Sacro Bosco di Bomarzo, che stupisce per la ragione opposta. Qui non ci sono viali geometrici né parterre ordinati, ma un bosco in pendenza dove, tra querce e muschio, compaiono all'improvviso giganti in lotta, un elefante da guerra, una tartaruga enorme, un drago aggredito dai leoni e una casa che pende in modo inquietante. Lo chiamano tutti Parco dei Mostri, e da quasi cinque secoli continua a sfuggire a qualsiasi spiegazione definitiva.

Un giardino nato da un principe inquieto

L'ideatore fu Pier Francesco Orsini, detto Vicino, signore di Bomarzo, uomo d'armi e di lettere che dalla metà del Cinquecento, intorno al 1552, cominciò a trasformare la valle sotto il suo castello in un luogo di meraviglia. Vicino aveva conosciuto la guerra e la prigionia, e una parte della tradizione lega il bosco al dolore per la morte della moglie, Giulia Farnese, a cui è dedicato il piccolo tempio che si incontra verso la fine del percorso. Il nome dell'architetto resta incerto: spesso si cita Pirro Ligorio, l'erudito che progettò anche Villa d'Este a Tivoli, ma la sua partecipazione è un'attribuzione e non un fatto documentato, e gli studiosi propongono anche altri nomi per il disegno e per le sculture.

Quello che è certo è il materiale. Le figure non sono state scolpite in bottega e poi portate sul posto: sono state ricavate direttamente dai massi di peperino, la pietra vulcanica grigia della Tuscia, che affioravano nel terreno. Per questo le sculture sembrano nascere dalla terra e sono così grandi, così radicate, così diverse dalle statue di un giardino tradizionale. Il tempo e il muschio hanno fatto il resto, aggiungendo un velo verde che oggi è parte integrante del fascino.

L'Orco, la casa pendente e gli altri enigmi

La figura più famosa è senza dubbio l'Orco: un volto mostruoso alto più di una persona, con gli occhi vuoti e la bocca spalancata che fa da porta a una piccola stanza. Dentro c'è un tavolo di pietra con le panche, e sul labbro superiore corre l'iscrizione «Ogni pensiero vola». Basta parlare all'interno perché la voce rimbombi deformata verso l'esterno, un effetto che diverte i bambini e lascia pensosi gli adulti.

Poco lontano si trova la casa pendente, costruita volutamente inclinata su un masso. Entrarci provoca un leggero senso di vertigine, perché l'occhio cerca la verticale e non la trova: un gioco percettivo che dice molto dello spirito del luogo, dove nulla è come sembra. Lungo il sentiero si incontrano poi l'elefante con la torre sul dorso che solleva un soldato con la proboscide, il gigante che squarta il suo avversario, la grande tartaruga sormontata da una figura femminile, il cavallo alato, le sfingi all'ingresso con le loro frasi enigmatiche, la sirena a due code, il drago che si difende dai leoni.

Le iscrizioni sparse nel bosco sono parte del racconto. Una delle più citate invita il visitatore a osservare tutto «parte a parte» e a chiedersi se tante meraviglie siano fatte «per inganno o pur per arte». È forse la chiave migliore per leggere il Sacro Bosco: non un percorso con un significato unico, ma un invito a perdersi, a interrogarsi, a lasciarsi sorprendere.

Consiglio pratico: il percorso si sviluppa su sentieri in terra battuta, con qualche gradino e tratti in pendenza, quindi scegliete scarpe comode e, dopo la pioggia, un paio che possa sporcarsi. Il parco è privato e ha orari e biglietti propri, che variano con le stagioni: controllateli sul sito ufficiale prima di mettervi in viaggio.

Dall'oblio alla riscoperta

Dopo la morte di Vicino Orsini il bosco fu a lungo abbandonato, e per secoli le sculture rimasero sepolte dalla vegetazione. La riscoperta arrivò nel Novecento, grazie all'interesse di artisti e intellettuali che vi riconobbero un'anticipazione del gusto surrealista, e soprattutto grazie al lungo lavoro di recupero avviato a metà secolo dalla famiglia che ne è tuttora proprietaria. Oggi il Sacro Bosco è uno dei luoghi più visitati della provincia di Viterbo, ma conserva un'atmosfera raccolta, specialmente nelle prime ore del mattino o nelle giornate fuori stagione, quando la nebbia si appoggia tra gli alberi.

Una giornata tra Bomarzo e Bagnoregio

La visita richiede un paio d'ore con calma, e si combina bene con una passeggiata nel borgo di Bomarzo, raccolto attorno al palazzo Orsini sulla sommità dello sperone di tufo. Da La Quiete il parco si trova a circa 38 km, una distanza che permette di partire con comodo dopo colazione e di rientrare nel primo pomeriggio. Dopo i giganti di pietra, il silenzio del giardino privato della villa e l'acqua della piscina all'aperto sono il contrappunto ideale; e la sera, intorno al forno a legna, ci sarà tempo per discutere su quale fosse, davvero, il pensiero che vola dalla bocca dell'Orco.

Dal Sacro Bosco alla quiete della campagna

Bomarzo dista circa 38 km da La Quiete: una mattina tra i mostri di pietra e il pomeriggio in piscina, nella villa immersa nel verde di Bagnoregio.